13/03/13

Marina Pizzi, SOQQUADRI DEL PANE VIETO (2010-11, strofe 50-56)



50.

non c’è neanche un angelo
né un cifrario azzurro
per immaginare le frottole del sole
con le lanterne di chi muore
verità del giro concluso esame.
preso dal burrone il treno innocente
cede la rotta al fato che detiene
tutte smilze le beltà più cedue.
in mano alla risacca del tramonto
la frotta di ragazzini si stacca tutta
per finire sotto il grido del furto.
il futuro della giacca è avere gelo
marionette con i fili in spezzo.
tu domani mi darai la giostra
per fingere di essere viva
vanesia curva nuziale.


51.

palazzo di commedie il tuo ritardo
quando l’aquilone del ragazzo accanto
spiega che la gara si farà mortale
alunno senza rendite future.
qui nella penombra dell’odio sul muretto
si eclissa l’abitudine del bravo
novello aspetto di lei la rondine
camuffata nell’olivo della genesi.
infortunio d’altrove starti a guardare
promesso sposo di nenie senza fuoco
dove laconico il vaso dell’incenso
benedice la salma di mia madre.


52.

il mestiere della vedova è stare al fronte
sotto l’occaso del filo spinato
per rendere omaggio al nato che perdura
la bella nuca del ragazzo in coma.
in mano alla crisalide del gruppo
anche il fisco di combattere
scodinzola all’angelo.
le vie del sano consentono le rondini
le discole ginestre al vento brave
vagabonde le scuole di capire
perché la cella incontri la cometa.
vigilanza di troppo l’idillio del paese
con le caviglie di basi lunatiche
per le donne che corrono all’amore.
tu senza sconfitta intoni le vestali
delle stagioni svenute sulla foce.


53.

le donne vestite di forse
non sono nude. anzi la grotta
si spazia dalla fronte
al diverbio degli occhi.
nel vestibolo del fato la gran fossa
fissata per tutti. accorrete al duello
delle tane senza vincitori da far perdenti.
le nozze del silenzio con il caos
hanno il valore dell’ozio principesco
la scorta di confetti per la felicità.
dal cielo si rammenta che è ora di piangere
la gerla con le croste senza olio
né mansuetudine del bello.
qui s’investe il dubbio della logica
stratega che non sa giocare.


54.

è caduta l’odissea in un diario
una sfregatina al muso contro il muro
e la vita è grata di esserti la tata
alla faccia della grammatica del basto.
issata in te la bandiera crocefissa
questa gimcana che perde le ossa
con la giraffa che non crede in dio
né tanto meno alla diva della farfalla.
questo silenzio che scandisce contaminazione
mina la zolla del bulbo ancor cieco
dove i papaveri comici dell’ozio
promisero la spiga regina di regine.
oggi la falla della terra aperta
consacra le elemosine del dubbio
il bioritmo di perdere il sì.
tutte le giostre una ferraglia d’atomo
dove si attesta di morire a schiocco
di sfinita staffetta.


55.

non tardare a volermi bene
sto piangendo di dazio
dacché la premura della resa
impone fagottelli di girandole
fisse nel dolore.
le fosse che girano il mondo
imbrattano il cristallo d’origine
la giostra nuda di piangere ancora
negata elemosina. ora arriva l’agonia
del sì per la sposina tradita. in gola
alla tempesta di tradire
appaia il dubbio della maestà
questa sbilenca aureola di santa
la madre andata oltre confine.
mestizia di cimelio starti a guardare
morta all’altare con la bara in faccia.
il talento non piace ai crudi vincitori.


56.

oggi ho titolo di verbo
non sono morta
nella bonaccia della ciarla.
mia madre non sapeva parlare
né ricordare a voce alta.
così m’impreco sprecando dolore
e l’usignolo ride la mattina
sotto il diverbio del dado.
una cicogna di cartone ebbe
la mia casa spoglia molto a lungo.
il gomito del traliccio uccide
il cipresso pregato fuori porta.
il mio domani è un’acerba botola
per bambini non cresciuti.
 

 
Le strofe precedenti di Soqquadri del pane vieto sono uscite nei mesi scorsi su "Carte allineate".